Premessa per non dare adito a malintesi fraintendibili, soprattutto in malafede: gli haters sono odiatori seriali, frustrati [...]
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Ma gli haters aiutano i digital influencers?Ecco le 3 risposte

Apr 12 / 2017 6:48AM

Gli haters sono davvero dannosi o possono essere “usati” per generare engagement?

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Premessa per non dare adito a malintesi fraintendibili, soprattutto in malafede:

gli haters sono odiatori seriali, frustrati dalla vita che vomitano la propria pochezza e inconsistenza sul web nel tentativo di sentirsi vivi e importanti

Detto questo, dato che bisogna guardare sempre il bicchiere mezzo pieno, anche loro hanno delle funzioni positive nella digitasfera. Certo, sarebbe bello vivere in un mondo migliore, dove tutti si vogliono bene e vanno d’accordo narrando le migliori cose sugli influencers, peccato però che questo non sia un mondo migliore e soprattutto sia dominato dal marketing. Laddove esiste un mezzo, esiste la verosimiglianza e non la verità, quindi diffidare sempre dai paladini ella verità, dall’ “iosonocosicomemivedete” o ” sonovero” o da quei personaggi che cambiano missione ogni tot di tempo, alla stessa velocità con cui Chiara Ferragni cambia un outfit.

Se ci avevate creduto, tranquilli, siete in buona compagnia, ma è semplicemente marketing. Digital marketing. “Certo, tanti haters possono portare danni immensi ai brand e alle aziende” ricorda Paolo d’Ammassa, ceo di Connexia, agenzia di comunicazione e pr che di digital se ne intende, ” quando segui, però,  la comunicazione digital per un marchio, molta attenzione si dà anche al sentiment degli utenti, più che al semplice engagement” o alla reputazione del brand stesso – parlano bene o male della marca? -.

Quando il prodotto, però, è un personaggio, le cose cambiano un pochino. O meglio, dipende dal contesto in cui opera, dal target a cui si riferisce, dal tono di voce adottato, dal tipo di identità e personalità che usa sui mezzi – occhio che parliamo di personaggio e non della persona -. Influencer che possono essere pagati da 300 euro fino a toccare cifre a 3/4 zeri per “fare opinione” sui social, e non si parla solamente di fashion influencer, ma ad ampio raggio.

I professionisti dell’odio, come si comportano

L’hater, dal punto di vista del marketing, genera engagement, ovvero coinvolgimento da parte dell’utente. Ecco come:

1. Siete per strada con un gruppo di amici, un tizio vi insulta molto probabilmente i vostri amici vi difenderanno. Passano altre persone, vedono cosa sta accadendo e anche loro vi difendono. Nella vita reale, purtroppo questo, come ci dice anche la cronaca, spesso è un’utopia per paura delle conseguenze, sentimento che, però, non si prova in rete. Ergo, se avete haters, avrete anche persone che vi difenderanno, parleranno bene di voi anche su altri canali e vi proteggeranno, creando passaparola. E’ l’ADVOCACY, bellezza.

2. Bene o male purché se ne parli: era in voga nella comunicazione delle celebs degli anni 50/60. Poi, i madmen sono arrivati anche qui e hanno fatto scuola. Tuttavia, nel mondo della comunicazione di massa, questa tecnica vecchia come Matusalemme, anche se nessuno lo ammetterà, viene ancora utilizzata. Il trash televisivo spesso approda sui social. La voce e lo stile di un programma sono evidenti. Se chiamo determinati personaggi, il finale è già scritto e non casuale. E’ voluto.

Ergo, come si possono moderare le trasmissioni, si possono moderare anche le bacheche.

Quando non si fa, non è un caso, è una scelta di stile e posizionamento. Si vuole parlare alle budella e si sa, da quelle parti non circolano cose molto raffinate. L’hater è come i Gremlins: ne colpisci uno, te ne trovi 100 contro. Se li provochi, o sei un ingenuo o sei diabolico.

3. Aumentano i ranking, ovvero i tassi che misurano statisticamente posizionamenti e visibilità, La formula basica per misurare il ranking dell’engagement è:

Eng.Rate= ( Numero di Mi piace+Numero di Condivisioni – anche quelle degli haters+Numero di commenti – anche quelli degli haters): Numero dei Fan – tra questi ci sono anche gli haters che vogliono essere aggiornati su ciò che l’influencer fa- X100.

Certo, qualche agenzia più strutturata analizza per i propri brand clienti, anche il sentiment di un determinato personaggio, che può essere arruolato per scrivere un post su Fb o creare contenuti per altri social. D’altro canto, però se si è un personaggio controverso, trasgressivo o dedito al trash, un sentiment negativo può essere adatto a un certo tipo di prodotto – ad esempio, i preservativi -. 

Se però, l’influencer deve mettersi sul mercato o c’è un’agenzia che lo fa per esso, non è tanto improbabile che passi sopra il sentiment e punti dritto al semplice numero.

La morale, quindi, nel marketing, può essere riassunta in una semplice frase di Dan Kennedy, esperto anche di digital:

 “If you haven’t pissed someone off by noon, then you probably aren’t making any money” (Traduzione: Se non hai fatto incazzare qualcuno prima di mezzogiorno, probabilmente non ti stai arricchendo)

Insomma, il marketing riesce a trarre beneficio anche da elementi negativi come gli haters a cui sfugge un’altra regola basica della comunicazione: se vuoi colpire qualcuno, ignoralo. Un engagement dimezzato, genererebbe terrore puro. (Viviana Musumeci)

(PH. via unsplash.com liz-bridges)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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