Gentile professoressa, mi piacerebbe chiamarla con il suo nome, visto che ormai l’aggressione subita da parte dei suoi [...]
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Lettera alla professoressa di Alessandria vittima di bullismo a scuola

Mar 29 / 2018 10:25AM

Il caso della professoressa vittima in una scuola di Asti, di bullismo, legata a una sedia e presa a calci: VM-MAG le scrive una lettera

Un'immagine metaforica che rimanda alla violenza e bullismo dei ragazzi

Gentile professoressa,

mi piacerebbe chiamarla con il suo nome, visto che ormai l’aggressione subita da parte dei suoi studenti a scuola, è diventata – fortunatamente – di dominio pubblico, ma dato che il suo nome non lo conosco – poiché non desiderava che tutta questa ribalta venisse proiettata su di se e sulla scuola – continuerò a chiamarla professoressa.

Il bullismo è una piaga sociale.

Non credo si possa dire diversamente, ma gli studenti, i ragazzi, i nostri figli, ne rappresentano solo la punta dell’iceberg, perché i bulli, cara professoressa, siamo noi adulti. Siamo una generazione di falliti come genitori, quando da adulti, abbracciamo l’esperienza del mettere al mondo dei figli. Sono convinta, per ragioni personali, che fare figli risponda alla funzione biologica del dare seguito alla specie, ma la genitorialità sia una cosa per cui non tutti gli adulti che figliano, siano provvisti.

Perché per essere genitori bisogna avere, quantomeno, la presunzione di saperlo fare – e invece, oggi è un pullulare di alibi e rassegnazione da parte di persone che non ci provano nemmeno e si nascondono dietro ai soliti “Eh, tu non sai quanto sia difficile fare il genitore”, per cui tutto vale e i figli della cui responsabilità non si assumono loro, diventano un problema, un dovere, una conseguenza per gli altri, spesso in negativo. E bisogna avere la consapevolezza che, in primis, l’imprinting parta dalla famiglia. I nostri figli, nel bene e nel male, per molto tempo, sono la nostra estensione. Noi, non tanto con ciò che diciamo, ma con ciò che facciamo, siamo il loro modello comportamentale e di riferimento. Pertanto non temo di dire che se mia figlia le avesse fatto quanto le hanno fatto i suoi studenti,

io sarei un genitore allo sbando e mi sentirei colpevole come se i calci alla sua sedia li avessi dati io personalmente.

Se io, in una situazione simile, incontrassi il suo sguardo, ammesso di riuscire a reggerlo, piangerei dall’umiliazione. E mia figlia, però, non si limiterebbe a pulire i cestini delle altre classi durante l’intervallo. Io mia figlia la denuncerei e poi la farei lavorare, ad esempio, per un mese, in una comunità di disabili. Non per punirla, ma per umanizzarla, per sottrarla alla ottusa indifferenza per cui tutto è ricerca di emozione estrema. Altro che frequentare i suoi compagni di classe. E non la chiamerei bulla, le direi proprio che si è macchiata di un delitto.

Però la responsabilità da adulti è opportuno che ce la prendiamo tutti, cara professoressa, perché se il modello inizia a casa, dato che non tutte le case sono perfette – oggi, visto quanto accade, direi anche meno – è opportuno che modelli positivi forti vengano proposti anche e soprattutto fuori da casa. Per supportare il lavoro dei genitori che già lo fanno, o per sollecitare coloro che si sottraggono al ruolo della genitorialità vomitando i propri figli sugli altri. La denuncia è civiltà educativa perché insegna che esistono delle conseguenze ai nostri atti. Passarla liscia – sì perché essere sospesi con l’obbligo della frequenza e pulire i cestini è un pot pot sulla spalla – è un atto gravissimo. Non insegna nulla, anzi no, asserisce che si può fare tutto perché tanto non si va incontro a nulla di negativo. I nostri ragazzi sono dei portatori malati di indifferenza. Devono essere scossi da questo torpore maleducato e ci vogliono le palle per questo, anche in chi educa. Dovrebbe essere un dovere da educatore, e un dovere di cittadino. Quindi , mi permetto, cara professoressa di dirle, con tutta la delicatezza che a una persona senza tatto come me è possibile – il tatto non è tra le mie qualità –

 

DENUNCI QUESTI RAGAZZI PER IL LORO BENE E PER QUELLO DELLE LORO FAMIGLIE

 

sì, anche per le famiglie, che in questo momento saranno focalizzate sul consolarli, sullo sminuire l’operato, sul dare un puffetto sulla guancia, senza però, rinunciare alle vacanze di Pasqua, magari a sciare in montagna o al mare, derubricando tutto alla voce RAGAZZATA. Dobbiamo essere rieducati tutti, signora professoressa. Figli e genitori. E chi ha ancora un po’ di senso della realtà – oltre al ruolo – deve – ha l’obbligo morale, un imperativo categorico al quale non può e non deve sottrarsi -,  denunciare e dare l’esempio.

I suoi colleghi  la supporterebbero in questo e lo farebbero tutti quei genitori che si sbattono ogni giorno per educare i propri figli a essere delle persone migliori.

Mi consenta questa metafora pop, ma non passi dalla ” parte oscura”.

Quegli studenti bulli che l’hanno aggredita, sono destinati a diventare degli adulti. Io riesco già a immaginarli ora questi esseri, quando saranno anagraficamente adulti. Persone che non avranno una struttura e che non saranno in grado di accettare dei no  dalla società. Destinati al fallimento. Io penso che se mostrasse loro un’alternativa educativa, questi ragazzi sarebbero strappati all’apatia a cui li abbiamo affidati. E da adulti la ringrazierebbero.

Si riprenda e faccia la cosa giusta.

Buona Pasqua

(Viviana Musumeci)

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Comments (2)

Susanna / 29/03/2018 /

Analisi perfetta e fantastica. Vergognosa la non punizione data. Mi hanno cresciuta (60 anni fa ) con principi che oggi sarebbero da telefono azzurro . Ho cresciuto mia figlia (30 anni fa) con gli stessi principi che avevo criticato e odiato . Vedo mia figlia che fa lo stesso con i suoi bimbi . Ma è sempre più difficile. Non esiste nulla al mondo che mi faccia inviperire più della prepotenza/ maleducazione/ non rispetto . Verso un disabile poi !!!!!
Denuncia subito.
Ciao Viviana , mi trovo spesso in accordo con te
Susanna

VM-MAG / 29/03/2018 /

Purtroppo la nostra è una società che raccoglie ciò che ha seminato.

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