Femminicidio e violenza sulle donne sono, purtroppo, ormai un binomio di termini che ricorrono  quasi quotidianamente nel [...]
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Violenza sulle donne e femminicidio: le soluzioni lombarde e del territorio lecchese

Mar 29 / 2018 6:33AM

Intervista all’assessore alle pari opportunità del Comune di Lecco

violenza sulle donne, francesca bonacina

Femminicidio e violenza sulle donne sono, purtroppo, ormai un binomio di termini che ricorrono  quasi quotidianamente nel vocabolario dei media. Non c’è un lancio televisivo che non ricordi come qualche donna sia stata vittima della furia omicida del compagno o dell’ex marito. Non è, quindi, possibile, non porsi delle domande a tale proposito. Abbiamo già parlato del da farsi in caso di violenza sessuale e molestia, tuttavia VM-MAG ha voluto intervistare Francesca Bonacina, vicesindaco di Lecco e assessore con delega alle pari opportunità per capire, anche,  a quali istituzioni rivolgersi nel territorio lombardo, in particolare nella provincia di Lecco e nel territorio del Lago di Como -, anche perché le conseguenze di una violenza simile ha delle enormi conseguenze sugli aspetti psicologici.

E’ di qualche settimana fa la polemica di una nota associazione che da anni si vanta di lavorare per difendere le donne e che è stata accusata, invece, di non farlo. Qual è la situazione vera in Lombardia e in provincia di Lecco in fatto di politiche a supporto di donne maltrattate o che subiscono violenza?

Le politiche a supporto delle donne hanno avuto proprio in questi ultimi anni notevole impulso sia a livello nazionale che locale. Siamo per così dire in una fase nascente nella quale una problematica che per molti anni è stata gestita grazie al lungimirante  – e quasi esclusivo – impegno del volontariato, può ora beneficiare di un più compiuto sistema di misure e servizi che, accanto al volontariato e al terzo settore vedono impegnate anche le diverse istituzioni.  A livello nazionale la legge 119/2013, cosiddetta sul “femminicidio”, ha istituito un fondo nazionale per sostenere i centri antiviolenza e le case rifugio, indicando i servizi minimi e introducendo novità significative sulle pene per gli uomini autori di violenze. Il 1° agosto 2014 è entrata in vigore nel nostro paese la Convenzione di Istanbul dell’11 maggio 2011, con la quale la violenza contro le donne diventa a tutti gli effetti un reato. A livello regionale in Lombardia era stata precedentemente approvata la legge 11/2012 per promuovere interventi di prevenzione, contrasto e sostegno a favore di donne vittime di violenza. Nel 2015, sempre a livello regionale, viene varato un piano quadriennale per le politiche di parità e di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne 2015/2018, strumento di programmazione nell’ambito del quale si sono attivati interventi di concerto con il livello delle istituzioni locali, in particolare dei comuni e dei centri antiviolenza. Nella realtà lecchese il piano quadriennale è l’occasione per dare nuovo impulso ad una esperienza virtuosa (e allora quasi unica il Lombardia) presente nel territorio: si tratta del Tavolo provinciale della rete antiviolenza che già nel 2008 vedeva una prima forma di raccordo tra i Centri antiviolenza del territorio, le principali Istituzioni pubbliche, il Terzo settore, e altri soggetti impegnati a favore delle donne. Il Comune di Lecco facendosi capofila della suddetta rete aderisce così alla programmazione del Piano regionale quadriennale attuando il progetto STAR Sistema Territoriale Antiviolenza in Rete (giunto alla terza annualità) mediante il quale vengono potenziati i sistemi di protezione rivolti alle donne (spesso donne con bambini), case di accoglienza e case rifugio, il supporto legale, psicologico, medico, gli sportelli di ascolto a cui si aggiungeranno a breve nuove misure di sostegno dell’autonomia abitativa e lavorativa.

Quante sono le associazioni o strutture che lavorano in questa direzione sul territorio e quali le eccellenze?

Componenti centrali del percorso di protezione della donna per uscire dalla violenza sono i 2 Centri antiviolenza attivi nel territorio, uno di questi dotato di due case rifugio e due case di seconda accoglienza, ed entrambi attrezzati con sportelli di ascolto, consulenza legale, psicologica, medica, di orientamento, di sostegno alle madri
con figli. L’eccellenza dell’esperienza lecchese credo stia però anche nella capacità dei diversi soggetti di lavorare in modo coordinato: pensiamo ad esempio al raccordo necessario, e delicatissimo, tra i “terminali” che possono intercettare la donna maltrattata – spesso le forze dell’ordine, il pronto soccorso o gli sportelli di ascolto – e i centri antiviolenza o i Comuni di residenza da cui la proviene la donna. Va superata la frammentazione che talvolta la donna, già in una situazione di fragilità si trova a dover ricomporre tra diversi soggetti con diversi ruoli e competenze, fattore importantissimo. Unica anche l’esperienza avviata recentemente con la costituzione del Fondo Zanetti, realtà sorta per iniziativa privata volta a favorire l’indipendenza lavorativa della donna accompagnandone se necessario il percorso di ingresso o reingresso nel mondo del lavoro.

Cosa può e deve fare una donna che viene maltrattata dal proprio marito/compagno?A chi si deve rivolgere?

Spesso per la donna il primo passo è la cosa più difficile da compiere e quindi è importante offrire alla donna più possibilità affinché possa trovare quella che sente più congeniale e colga la sua iniziativa. A livello nazionale è attivo 24 ore su 24 il numero telefonico 1522 che orienta la donna ai centri antiviolenza del territorio. Rivolgersi ai centri antiviolenza può essere pertanto una prima valida possibilità anche per orientarsi sulle tutele previste per la donna.Ovviamente segnalazioni e o denunce possono essere direttamente portate alle Forze dell’ordine. Sempre di più vi sono poi sportelli di ascolto anche in altre realtà quali consultori pubblici e privati, e talvolta anche presso associazioni di categoria, di ordini professionali ecc.

Quali sono i risultati che sono stati conseguiti a tale proposito negli ultimi TRE anni?

Aumentato il numero delle case e dei posti di accoglienza e, quindi, il numero di donne a cui è stata offerta protezione. Aumentato il numero degli sportelli di ascolto, delle consulenze a supporto della donna.M igliorata la “filiera” di tutela e protezione della donna vittima di violenza attraverso il lavoro di raccordo e il miglioramento di protocolli d’azione. Avviate le prime azioni per il supporto all’autonomia lavorativa e abitativa.

A quanto ammontano i fondi “pubblici” devoluti a questo tipo di politica?

Più fondi concorrono a finanziare i progetti territoriali, locali (cofinanziamenti comunali) regionali (nell’ambito del piano quadriennale regionale) e nazionali (su progetti specifici anche autonomamente presentati dai centri antiviolenza). Negli ultimi tre anni  il territorio ha beneficiato di più di 400.000 euro di fondi pubblici .

Come e dove si combatte la misoginia?

Soprattutto a partire dai modelli culturali. La prevenzione è essenziale e va agita nella scuola ma anche in famiglia, lavorando affinché i ragazzi, ma anche gli adulti, sviluppino un pensiero critico e siano capaci di riconoscere gli elementi più impliciti e talvolta nascosti che creano stereotipi di genere. Di particolare importanza sviluppare pensiero critico in ordine alla comunicazione potente e pervasivo veicolo che crea cultura, anche guardando al fenomeno dei social network. (Testo raccolto da Viviana Musumeci per VM-MAG.com)

 

 

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