E’ di qualche giorno fa la campagna lanciata dall’influencer Laura Manfredi, tramite le sue Stories su Instagram, [...]
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Instagram genera brutte persone

Nov 23 / 2017 6:57AM

E’ possibile che i social cambino le persone in peggio?

E’ di qualche giorno fa la campagna lanciata dall’influencer Laura Manfredi, tramite le sue Stories su Instagram, intitolata #instafraccazzo. La blogger ha evidenziato uno dei tanti nervi scoperti sulla scorrettezza di molti utenti che, alla ricerca di una effimera fama sul social network, prima followano alcuni contatti per poi defollowarli un paio di giorni dopo – pessima abitudine di cui avevamo anche già scritto proprio QUI e definendolo defollow cinico -.

Ma questo è solo uno dei tanti elementi che abbruttisce il social network poiché se è sì vero che è l’uso che si fa dei mezzi a essere colpevolizzabili e non il social network in se, è altrettanto vero che alcuni di essi nascono con intenti impressi nel dna che sono in grado di modificare usi e abitudini degli utenti, a volte anche in peggio. Questa è un po’ la falla della trasformazione dell’utente in autore di contenuti, soprattutto per emulazione e non per studio, perché affidare l’uso dei social a chi non conosce le caratteristiche della comunicazione, in primis, è come dare in mano le chiavi di una macchina a chi pensa di saperla guidare solo perché è sempre stato accando al guidatore. Quasi per impollinazione divina.

Instagram genera brutte persone

Un mio ex caporedattore sosteneva, in tempi non sospetti, ovvero quando ancora i social non esistevano, che i giornali si sarebbero trasformati in contenitori esclusivi di pubblicità, dando per scontato che il controllo rimanesse in mano a editori e comunicatori e che fossero solo “oggetti” a essere pubblicizzati. Ignorava forse Baudrillard, Guy Dabord, ma anche studiosi più recenti, come Vanni Codeluppi che hanno esplorato il fenomeno della vetrinizzazione del pubblico, azione che ha trasformato quest’ultimo in merce da comunicare. I social, poi,  hanno fatto il resto, sparigliando le regole. La democratizzazione del digital, anticipata 20 anni fa da George Landow ha trasferito le redini del controllo a chi, spesso, non è in grado di gestirle, ma pensa di poter imparare a farlo, guardandosi a destra o a sinistra, nel tentativo di apprendere qualche trucco e trasformalo in lezione. E Instagram è proprio quel tipo di social che ha nel suo dna, la vetrinizzazione democratica da cui scaturisce anche l’uso eccessivamente cinico che se ne fa. Instagram è volgare nel senso vero del termine: un social basso, dove la vetrinizzazione giustifica qualsiasi comportamento opportunistico e di pancia. Ecco come:

  • Instagram non è una galleria d’arte. Molti sostengono che una delle cose da fare quando si entra in Istagram è commentare le immagini degli altri, ma, primo, quante volte, oggettivamente, abbiamo visto immagini che valesse la pena commentare? La verità è che mettiamo like per essere ricambiati – è uno dei modi per creare engagement, regola ideata da Instagram -; seguiamo persone per essere seguiti – altra regola ideata da Instagram -; e cerchiamo di avere più followers rispetto ai followes perché così, dentro Instagram acquisiamo più valore – altra regola stabilita da chi? -. Ad esempio, su Facebook siamo tutti sullo stesso livello – tranne quando abbiamo pagine personali -. Se mi si chiede amicizia, divento a mia volta amico.
  • Secondo, e ci riallacciamo al concetto di galleria d’arte: quante persone le frequentano? Non molte. Non solo: se dovessero farlo, si aggirerebbero per la galleria con facce stranite e si guarderebbero bene da commentare le immagini, per assenza di strumenti intellettivi e culturali. Ve lo immaginate qualcuno che entra da Carla Sozzani e commenta, davanti alle immagini di Roversi, tanto per fare un esempio attuale: “How! Amazing o Wonderful?”. No, vero? E la cosa vi fa anche ridere. Però è quanto accade su Instagram – ed è per questo che questo social è volgare, prorpio perché affidato al commento e alla “critica” del volgo che spesso, non ha strumenti, nemmeno per esprimere un’opinione che vada oltre un semplice wow – quando, invece, commentiamo l’ennesima foto al gattino, l’ennesimo outfit – a volte orrendo – dell’influencer, o l’ennesima immagine di panorama o tramonto. Piuttosto che considerare engagement il numero delle volte in cui magari un utente torna a vedere una foto o clicca il link sulla foto stessa – no, i comuni mortali i link possono metterli solo nella BIO e già questo può essere un deterrente sul see now, click now -, Instagram stabilisce che gli elementi principali dell’engagement sono proprio like e commenti. E questo mi fa scaturire un’altra riflessione:

Instagram, come la tv, non dovrebbe essere commentabile, ma semplicemente fruibile. Perché il cosìddetto engagement genera una aspettativa che non corrisponde alla realtà e gli influencer, veri, sono pochissimi.

Di fatto, Instagram è il social network della vetrinizzazione per antonomasia, laddove le persone sono prodotti – a volte autogestiti -, ma dove sono le regole del mezzo a trasformarle – o tirarne fuori – il peggio, un po’ come il personaggio interpretato da Valerio Mastandrea in The Place. Che Instagram sia quel demone che evidenzia il nostro livello di narcisismo? E voi che ne pensate?  (Viviana Musumeci)

 

 

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