Oggetto di ghettizzazione snobbistica, questo strumento di comunicazione gode, in realtà, di ottima salute, soprattutto nello [...]
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Morto il blog, viva il blog – per i brand di moda –

Feb 07 / 2017 6:30AM

Molti annunciano la morte del blog, in realtà ha semplicemente cambiato forma e sta meglio di prima

Oggetto di ghettizzazione snobbistica, questo strumento di comunicazione gode, in realtà, di ottima salute, soprattutto nello storytelling di siti fashion, luxury e di e-commerce

 

Morto il blog, viva il blog, verrebbe da dire. Perché diciamolo, la parola, da qualche tempo, è oggetto di una campagna denigragoria e demonizzante, che mette, persino, a disagio, chi segue con cura questo tipo di prodotto, lavorandoci e credendo nella sua efficacia. Certo, il fatto di essere uno strumento recente, dove molti di coloro che praticano questa attività, possono essere improvvisati e sminuirne i contenuti, non gioca a suo favore, ma come sappiamo bene, non è lo strumento, bensì, l’uso che se ne fa, semmai, a dover essere criticato.  La parola blog, oggi, è da usare con moderazione e circospezione.

La stessa con cui si potrebbe affrontare un discorso di coming out durante la cena di Natale in famiglia

 

Sì, perché ammetiamolo, all’inizio questa parola era foriera di possibilità, ottimismo, innovazione. Poi è scoppiato il fenomeno delle fashion blogger che hanno, volenti o nolenti, spostato l’attenzione su un uso privatistico di questo strumento e del mezzo digital, in generale, portando spesso all’estremo della commercializzazione, questo validissimo strumento di comunicazione. Ma proprio per la rapidità con cui cambiano gli scenari – lo avreste detto, solo 5 anni fa, che i social sarebbero diventati così importanti nella creazione di una digital strategy? -, anche questo è mutato, ma non è destinato a cristalizzarsi.

Anche perché, le aziende ci credono. Allontaniamoci dall’idea del blog tradizionale – qualunque cosa questo aggettivo significhi oggi – e spostiamo l’attenzione su alcuni elementi di questo strumento: in particolare, il legame empatico e diretto che riesce a creare con i propri lettori – caratteristiche queste che spesso mancano proprio alle aziende, in generale, e a quelle della moda, per non parlare del lusso, in particolare -. L’informalità, l’elemento ludico, ma anche il dialogare direttamente con il proprio interlocutore, la distanza accorciata, l’empatia, la rilassatezza, sono elementi vincenti che diventano uno stile applicato anche ai siti. Perché se la merce, qualunque essa sia, è solo tale, è la proiezione di significati e valori su di essa, a fare la differenza.

E’ l’atmosfera che si respira entrando in un sito; è il coinvolgimento dell’utente, l’emotivizzazione del messaggio, il relax, il comfort, il metterlo a proprio agio che consentono la costruzione del rapporto. E chiaramente, anche la distribuzione delle informazioni sul mondo di un brand e suoi suoi prodotti. E il blog o l’uso di alcuni suoi elementi – anche semplicemente formali – sono più in linea con questo tipo di comunicazione e di racconto. Il sito di Kate Spade, che da tempo si affida all’uso degli short movie da declinare sia sul sito stesso, sia su Youtube e suoi social, da cui parte la viralizzazione, è uno di questi esempi. Il marchio vende prodotti, ma la vetrina è molto blogzine oriented.

Louis Vuitton si è “rilassato”, nei tratti, optando per una versione meno formale, ma non meno istituzionale, della comunicazione attraverso il proprio sito. Immagini grandi, testimonial, progetti e numerosi video che vengono declinati sia sul sito sia sui social – soprattutto Instagram -. Del resto, la necessità di ringiovanire contenuti e aspetto, lo si deve anche a un ringiovanimento del target – vedi ultima collezione uomo presentata durante la Settimana della Moda Uomo, in cui il marchio ha presentato una partnership con il marchio amato dai millenials Supreme -.

Se vuoi vendere ai giovani, devi anche parlarne lo stesso linguaggio

 

Cosa che il brand Burberry, essendo stato il primo a usare Snapchat, sapeva già da tempo. Presente anche su Instagram, a Christopher Baley è chiaro che se Shapchat va incontro alle esigenze di un target estremamente giovane – a cui il marchio very British aspira ad arrivare -, il social suo concorrente, gioca con features analoghe, ma per un target più adulto. Di fato, Burberry, nel mondo della moda e del lusso è uno di quei leader che, grazie a ricerca e investimenti, arriva prima e lascia il segno – sul sito ufficiale, dove ormai lo shop-online la fa da padrone, la sezione Acoustic è quella deputata a parlare con un codice fresco e un linguaggio contemporaneo, al pubblico giovane di fan, facendo appello al mondo della musica.

Anche Tom Ford, pur spingendo sempre sull’erotismo patinato, non ha rinunciato a una sezione News in linea con il blog format: aperture di negozi, campagne, lanci, ecc. accompagnano il suo utente alla scoperta del suo mondo raffinato, ma sensuale. Paul Smith, “quella parte lì”, l’ha ribattezzata Stories, un po’ emulando il successo di Instagram, un po’ perché lo storytelling “is the king” e supporta il racconto di quel mondo.

Insomma, i codici del blog si sono evoluti, si sono asciugati e sono persino stati migliorati: le aziende se ne sono accorte.

Viva il blog

(Viviana Musumeci)

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