Rossella Jardini è stata – ed è tuttora –  lo yang di Franco Moschino. Ne è stata la musa, l’amica, la [...]
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Rossella Jardini, ovvero lo yang di Franco Moschino

Ott 19 / 2017 7:00AM

La designer, milanese di adozione, apre le porte di casa a VM-MAG e si lascia andare a un racconto lungo e appassionato

Rossella Jardini è stata – ed è tuttora –  lo yang di Franco Moschino. Ne è stata la musa, l’amica, la supporter, il braccio destro, la stampella durante la malattia, l’erede della sua azienda e vestale del suo stile, mantenendo lo spirito di Moschino, Franco, vivo per un po’ di tempo, perlomeno, fino al 2013, quando è uscita dall’azienda.
Rossella Jardini è lo spunto per una riflessione, quanto mai attuale:qual è il limite di tempo per cui si può mantenere vivo lo spirito di un designer in un brand che porta il suo nome?
E’ inevitabile che prima o poi l’anima del fondatore, soprattutto quando questa è stata carismatica, svanisca facendo spazio a nuovi codici, messaggi e stili? Ma a quel punto che senso ha mantenerne il nome?  In un fashion bussiness in cui ci sono designer che mettono sotto sopra gli archivi della maison per riscriverne i codici in maniera attuale e innovativa, pur mantenendo viva l’essenza del brand – Alessandro Michele per Gucci – o designer che si interrogano sulla loro successione – vedi  Giorgio Armani   – dalle nuove generazioni sarà ricordato per l’apporto dato alla storia della moda con la femminilizzazione di alcuni capi maschili o per i suoi resort?
Questo il dilemma, ma finché le aziende dovranno anche assolvere al dovere del profitto, probabilmente, questo funambulismo sarà di rigore -.
Certo è che, l’oblio in cui sembra essere caduta la memoria di Franco Moschino è un rischio che può avvolgere anche altri. C’è tutta una generazione di designer esplosi professionalmente negli anni 80 che corrono questo tipo di pericolo, anche se i brand sono stati rilevati da altre proprietà, per non parlare di quelli che sono spirati definitivamente: Gianfranco Ferré, Krizia, Mila Schon, Enrico Coveri, solo per citarne alcuni. Ma è proprio Rossella Jardini, che, continua a tenere viva la memoria di Franco Moschino.
Nella sua casa milanese, la designer vive circondata da oggetti, foto, libri e ricordi che rimandano alla memoria di uno stilista che ha segnato, indubbiamente, un tempo, ma che forse, oggi farebbe altro. VM-MAG l’ha intervistata:
Partiamo da una domanda di fantagiornalismo: che cosa penserebbe oggi Franco Moschino del fashion system attuale?
Farebbe altro. Non sarebbe più uno stilista. Del resto aveva pensato di vendere la sua azienda due anni prima di morire. Iniziava a essere stanco e a prevedere un po’ quello che sarebbe successo. Del resto lui, già quando lavorava per il suo marchio non faceva più molto lo stilista, ma era più un comunicatore. Mi dava alcuni pezzi, e dovevo arrangiarmi ad assemblarli, a creare qualcosa, tirarne fuori una collezione. No, con Franco non ci si annoiava mai. Però è vero che questo sistema in cui i designer lavorano come in “batteria” non sarebbe stato di suo gradimento. La creatività ha bisogno di tempo, non di ritmi sincopati con collezioni di ogni genere: p/e, a/i, cruise, capsule. E lui stesso, quando facemmo l’ultima sfilata di celebrazione dei 10 anni, aveva dei ripensamenti. Pensi che a tre giorni dalla sfilata al Teatro Nazionale, avevamo mandato tutti gli inviti e lui si impuntò per annullare tutto. Mi venne un colpo. Poi, cambiò idea e propose di accogliere gli invitati con un grande cartello all’entrata con scritto: SCIOPERO. Cambiò di nuovo idea e suggerì di ricoprire le sedie del teatro con catene per impedire agli ospiti di sedersi. Alla fine si convinse a fare la sfilata che facemmo. Riuscii a convincerlo e lui, poi me ne fu grato, anche perché sul palco sfilarono 30 bambini che indossavano una fascia rossa a sostegno della ricerca sull’Aids.
Con le dovute differenze del caso, anche lei, un po’ come Donatella Versace, si è trovata a dover prendere in mano le redini di un impero. Le saranno tremati i polsi…
In realtà, ero già abituata a lavorare senza di lui, perché nei mesi che hanno preceduto la sua scomparsa, lui stava ad Annone e io mi muovevo tra azienda, casa, ospedali e altro. Quando Franco ci ha lasciato, mi sono trovata in azienda con tutte le persone che erano fortemente legate a lui. Non c’era nessuno che avesse voglia di andarsene perché la sua morte ci ha legati ancora di più. Ho detto ai ragazzi: “Teste basse e al lavoro e prepariamoci a prendere tante sberle. Ma continuamo a fare quello che sappiamo fare bene”. Questa è stata la ricetta.
Oggi lei ha una sua linea e ha appena presentato la collezione della prossima p/e 2018. Ci racconta questo percorso?
La collezione nasce tutta intorno al concetto di camicia che per me, soprattutto quando è bianca, è un capo veramente iconico di cui non posso fare a meno. Il bianco è pulito e illumina il volto. La camicia è sinonimo di classicismo per eccellenza, ma essendo io autoironica ho voluto aggiungere dei dettagli giocosi. La camicia è la base di partenza ma poi evolve in chemisière e abiti lunghi realizzati in crepe de de chine di seta, sia unito che stampato. Al popeline, che è il tessuto principalmente utilizzato, si aggiungono anche il denim e il gabardin di cotone stretch. Nella collezione compare anche la stampa Jardinette di cui sono in qualche modo protagonista con un volto illustrato da Antonio Pippolini. Con questa collezione ufficializzo la collaborazione con la Società Castor che produrrà e distribuirà anche le mie future creazioni.
Come avviene, per lei, il processo creativo?
Io mi ispiro a tutto: un film che sto guardando e fotografo con il tablet, un libro e persino le signore agée milanesi che hanno uno stile molto chic. E poi non mi soffermo mai su qualcosa. Il bianco per la camicia è un must, ma oggi adoro il rosso. L’altro giorno ero dal mio amico Alberto Aspesi e improvvisamente gli ho chiesto di farmi una giacca in velluto rosso. Anche perché io non vesto mai uguale e cambio sempre abbigliamento. Poi, quando mi stanco e voglio liberare la testa, indosso dei capi da uomo e mi riposo. O estraggo dall’armadio le mie stringate maschili di Hermes che vanno sempre bene perché sì, ogni tanto, fa bene indossare capi maschili a noi donne. (Viviana Musumeci)

 

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